Ciao, sono Marina Tiradritti e Bloomers è la newsletter settimanale che parla delle donne mature come sono davvero. Perché dopo i 40 non è troppo tardi, è il momento perfetto.
Bloomers cresce con la tua voce
Hai presente Finalmente si parla di te? È la puntata mensile in cui chiedo a una lettrice di Bloomers di raccontarsi. Se vuoi essere la prossima, scrivimi: di te, fin qui, si è parlato troppo poco.

Qualche settimana fa ho letto un articolo su una comunità di cohousing nata a Oakland, in California: un gruppo di persone che, ormai da quasi trent’anni, ha scelto di condividere non solo alcuni spazi ma anche una parte della propria vita. L’articolo raccontava soprattutto la storia di Louise - una donna di ottantacinque anni, insegnante, scrittrice, attivista - entrata in quella comunità a settanta.
Con il passare del tempo Louise vede cambiare il suo corpo, la sua salute comincia a vacillare e per la prima volta si trova nella condizione di dover chiedere aiuto.
È in quel momento che la comunità rivela il suo significato più profondo: certamente non può risolvere ogni problema o trasformare la vecchiaia in una favola ma, come nel caso di Louise, può essere il luogo nel quale una persona ha la possibilità di affrontare la propria fragilità non in solitudine.
Arrivata alla fine dell’articolo, mi sono resa conto che quello che avevo appena letto non parlava soltanto di cohousing ma di un concetto di solidarietà, condivisione e comunanza che sto cercando di raccontare da tempo senza forse averlo mai declinato fino in fondo.
Il Villaggio delle Donne
Quando uso questa espressione, francamente non penso a un luogo fisico ma piuttosto ad uno spazio condiviso fatto di pensiero e di relazioni. Un luogo che forse non esiste ancora - almeno non nella forma in cui lo immagino - ma che ognuna di noi può contribuire a costruire ogni volta che sceglie di non lasciare sola un’altra donna.
Per secoli “il villaggio” è stato una culla di saperi: fare il pane, riconoscere le erbe, cucire, tramandare storie e tradizioni e, nondimeno, curare un neonato o un anziano. Insieme ai gesti passava anche il coraggio, l’esperienza, la memoria. Ogni generazione consegnava qualcosa alla successiva e intanto continuava a imparare.
Quei saperi sono cambiati, naturalmente, ma il bisogno, o forse dovrei dire la necessità, di tenerli assieme nel cerchio della sorellanza no.
Ci serve ancora un posto dove trasmettere esperienza senza sentirci superate, chiedere consiglio senza vergognarcene, condividere competenze, contatti e opportunità. Un posto dove fare da guida e lasciarsi guidare, dove il successo di un’altra non sia una minaccia ma la prova che una strada si può percorrere, cosicché ogni donna che trova la sua, illumini un pezzo di quella di un’altra.
Dall’autosufficienza alla interdipendenza
Tante volte ormai ho scritto che la narrazione dominante continua a dirci che dopo una certa età contiamo meno: meno desiderabili, meno aggiornate, meno interessanti, come se il nostro valore avesse una scadenza legata alla fertilità, alla produttività, alla capacità di restare eternamente giovani. È una storia tossica e pericolosa proprio perché, a furia di sentirla, rischiamo di crederci.
Il Villaggio delle Donne che ho in mente ne racconta un’altra tutta diversa: l’esperienza come patrimonio, non come peso. Il tempo vissuto che aggiunge profondità invece di toglierla. Chiedere aiuto come atto di lucidità, non di debolezza, perché la vita ha stagioni diverse e in ognuna possiamo essere, a turno, chi accompagna e chi viene accompagnata.
Credo sia proprio questo che la seconda parte della vita ci chiede di imparare e praticare: per anni ci hanno detto che ogni percorso è qualcosa di strettamente individuale secondo un imperativo categorico che ci impone di non avere bisogno di nessuno. Poi arriva il momento in cui capiamo che la vera ricchezza non è farcela da sole ma sapere di avere qualcuno accanto quando non ce la facciamo. Non è una rinuncia all’autonomia o all’autodeterminazione ma il passaggio dall’autosufficienza all’interdipendenza.
IL TEMPO CHE CI RESTA
Il villaggio non riguarda solo il lavoro, sebbene abbia a che vedere anche con quello. Riguarda il corpo che cambia, i figli che crescono e se ne vanno, i genitori che invecchiano, le amicizie che si trasformano, le relazioni che finiscono, i nuovi inizi che non avevamo messo in conto. Riguarda il modo in cui scegliamo di vivere il tempo che ci resta.
È il posto dove una donna può ritrovarsi quando si è persa, ricominciare senza sentirsi in ritardo, scoprire che quello che sta attraversando non è affatto un fallimento suo ma un passaggio che altre hanno già fatto e che ognuna è pronta a raccontare e a mettere a fattor comune.
Condividere non vuol dire solo passare conoscenza ma soprattutto allargare l’idea di quello che è fattibile.
Perché, in fondo, non ci vuole un villaggio solo per crescere un bambino.
Serve un villaggio anche per continuare a fiorire come donne.

Ci vieni?
Care Tutte.
Il caldo dell’estate che sta per terminare, quello che ci ha sfinite fino a qualche giorno fa, sembra aver mollato la presa. E allora io e Sara Pittaluga ci siamo fatte venire un’idea.
Ve la racconto qui, sotto una newsletter che parla proprio del Villaggio delle Donne. Quale occasione migliore?
L’idea è semplice: vederci dal vivo, parlarci, guardarci negli occhi, raccontarci le nostre storie senza uno schermo di mezzo.
Vi proponiamo un caffè a Milano, domenica 11 ottobre intorno alle 11:00
Se vi va di esserci, fatecelo sapere. Qui sotto trovate un sondaggio per aiutarci a organizzare: i dettagli arriveranno appena tutto sarà confermato.
Io e Sara vi aspettiamo.
PS se riuscite a risponderci il prima possibile sarebbe meglio per attivarci nella ricerca di un posto che possa contenere tutta la nostra femminanza :-)

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E se dopo i 40 stai pensando a una riprogrammazione del tuo futuro professionale, scrivimi: con Fattibile Lab posso aiutarti a capire da dove cominciare.






La vostra e’ una meravigliosa idea. Mi sarebbe piaciuto partecipare ma sono troppo lontana. Buon incontro
Ciao Marina! Io e mia sorella partecipiamo!